Vive di due topos quanto mai differenziati

Vive di due topos quanto mai differenziati la ricerca di Carlo Cordua: il mare e la campagna. Entrambi storici contenuti della pittura di paesaggio, specie il primo, consacrato nelle forme più care al cosiddetto Vedutismo.E fin qui, tutto nell’alveo dei canoni tradizionali, anche se sorprende e intriga il fatto che in questi dipinti non si registri mai la presenza dell’uomo. Neppure delineato con quei rapidi tratti, che servono appena ad animare il paesaggio. Manca così non solo l’uomo, ma anche qualsivoglia riferimento alla sua presenza, ai suoi strumenti di lavoro, alle modificazioni che inevitabilmente ha imposto alla natura.Di qui la ricerca di aree non ancora compromesse, o con più realismo di spazi e scorci che – ad onta delle continue aggressioni – conservino ancora un buon indice di verginità. Una selezione che se può dare qualche frutto nell’ambito del paesaggio marino (le coste del basso Tirreno offrono ancora
anfratti e grotte, calette e approdi di incontaminata e selvaggia bellezza), risulta quanto mai faticosa, per non dire incerta, se dalla costa ci spostiamo verso l’interno terragno e campagnolo.Dice Cordua: “Rinuncio con fatica alle infinite prospettive del mare e alla sua incessante vitalità. Perchè, anche nei casi peggiori, il mare conserva sempre una sua purezza. Un campo appena arato, invece, le zolle aperte, la terra sconvolta mi crea un grande smarrimento.
Sogno una natura non manomessa, le grandi foreste, il deserto, i ghiacciai. Ma vivo in un’altra realtà, per cui sono alla continua ricerca di piccoli paradisi perduti.

Nino D’Antonio
Critico d’arte

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