L’ artista è l’ emblema del viaggiatore, e per questo i suoi paesaggi instabili

L’artista è l’emblema del viaggiatore, e per questo i suoi paesaggi instabili sono elementi memoriali, frammenti di viaggio, per descrivere con immagini le emozioni che si collocano “nello zodiaco dei fantasmi della mente”, come direbbe il Kublai Kan a Marco Polo, giacchè quando egli fissa le visioni della memoria sulla tela, attraverso il suo sguardo che è filtro, occhio che funziona come lamina affilatissima, le cancella per sempre dalla sua mente. Da anni, e in modo eccellente, Carlo Cordua (Napoli 1963) lavora sul paesaggio, tanto da farne un artista singolare nel panorama contemporaneo, un innovatore della pittura, perchè gli scorci rappresentati sono tipicizzati da un clima tutto interiore. Un clima che si riannoda alla brillante lezione di altri paesaggisti napoletani (Casciaro, Ciardo e Crisconio), che nelle forme e nella certificazione di ritagli, cieli, alberi, stagioni del paesaggio ci hanno lasciato pagine visive di sorprendente poesia. Ma il rapporto di Cordua con la grande Scuola napoletana si ferma qui. Nel senso che, nella sua formazione, i geni di questi maestri (e le tracce e i segni) sono rivissuti e riproposti in una lettura autonoma e del tutto personale. Intendo dire che il legame è solo di ordine storico (e non potrebbe essere che così), perchè la “resa” è assolutamente originale. Il suo è un viaggio senza confini nei meandri dell’anima, nelle memorie covate nel cuore, nelle germinazioni tutte intime di una dimensione di sogno, per il tramite di una superba sensibilità capace di dar vita – ne sono esempio i capolavori in mostra – a un paesaggio ideativo, altissimo, spettacolare, poetico, abbagliante, neoromantico. La pittura di Carlo Cordua, fortemente matura e colta, vive oggi una tappa espositiva a Vicolo Valdina, nelle sale della Camera dei deputati, perchè va a leggere e a sostenere con ben diciotto opere di grande formato – sedici pastelli e due oli – la campagna sensibilizzatrice contro l’Aids, in quanto i suoi alberi divengono personaggi, tema fondante della vita. L’albero che vive come forte presenza all’interno dei diversi paesaggi è l’elemento ricorrente, e l’utilizzo di esso – mai forzoso – diviene severo monito alla follia della morte come scelta, ancorché descritto nelle sue fasi stagionali, dalla ripresa rigogliosa e frondosa della chioma, al suo ammalarsi, annichilirsi per poi divenire secco. Il richiamo alla vita è ancora più segnato e incisivo quando l’albero è specchiante nell’acqua. É stata la capacità di dar vita a una movimentazione creativa così variegata dell’albero ad aver portato alla scelta di questo artista,in particolare per rappresentare una tematica forte di sostegno alla vita, di aiuto ai malati diAids, di appoggio a una campagna così nobilitante del mondo sanitario. Ancora una volta, l’albero come simbolo forte e come metafora, sostanza stessa di un omaggio-reinterpretazione il cui significato non potrebbe essere più chiaro. Altri grandi artisti hanno trovato in esso motivo ispiratore, da Klimt (Il frutteto di Orchard e L’albero della vita) a Cézanne (Vasca e Fontana di Jas de Bouffon), da Van Gogh (L’uliveto) a Vincenzo Ciardo con i suoi ulivi pugliesi, e non solo. I lavori sono per lo più eseguiti con la tecnica del pastello, e i paesaggi vivono, a motivo di questa tecnica, non solo una raffinatezza formale e contenutistica, ma sono anche contrassegnati da una luce perlacea che vale come segnale di malinconia, ma anche di speranza. Una speranza che affonda nella capacità dell’artista di intonare non solo con segni, toni, vibrazioni e colore un canto visivo per l’albero calato in questi paesaggi addomesticati dalla poesia, ma di esercitare ancora un canto alla vita proprio nel tremolio delle luci che evidenti trapassano il giorno, e trasformano questi paesaggi italiani in icone di valore mutanti, nutritive, germinanti, ma anche misteriche ed evocative. L’interesse per l’albero, divenuto vero personaggio vivente, e in posizione dominante nell’insieme della rappresentazione, è sempre bilanciato da un ritmo che sovviene proprio dal taglio che l’artista ha voluto dare all’opera. L’arte può essere, così, un magico collante, un aggregatore di luoghi del vivere per farsi bussola di punti cardinali capaci di mettere in collegamento e a fuoco l’altrove spaziale e geografico con le carte e le stagioni dell’esistenza umana. Ci sono opere di Cordua in cui il battito luminoso della vita si perde, paesaggi che sono attraversati da un’oscurità che è segno di luce perduta, in cui assistiamo alla visione di un tronco secco – ovvero di una vita perduta – ma l’arte è sempre alternativa ai codici prefissati ed è sempre strappo ed esplosione. Questi paesaggi sono costruiti con una sensibilità e un’interiorità fuor dal comune, nulla sfugge ai ritagli di cielo e di mondo, grazie a una pastellatura spolverata, mai secca, ma lievitante e dolcemente corrosiva, che vale come indicatore d’esistenza. L’artista in genere è un frequentatore di luoghi interiori, viaggiatore di paesaggi che lui stesso crea e che altro non sono che lo specchio concavo e convesso di simboli, di richiami e di ripescaggi della memoria, luoghi dell’anima dove i paesaggi si inseriscono nella sospensione infinita del tempo. Queste tele, ricche di umori e segrete pulsioni racchiudono in sé un autentico lievito poetico,dove i colori e i toni che vanno dai verdi ai gialli, dai rossi agli azzurri della lavanda, rifiniscono e riquadrano la materia consacrata in una dimensione metafisica.

Carlo Franza – critico d’arte

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *