Ho conosciuto Carlo Cordua qualche anno fa a Roma

Ho conosciuto Carlo Cordua qualche anno fa a Roma durante una sua esposizione al Museo Villa Doria Pamphili. Ero appena tornata dall’ Africa, dove avevo da poco finito di girare un documentario sui bambini malati di Aids. Ero svuotata e amareggiata, perché avevo assistito impotente alla lotta di numerosissimi esseri indifesi contro un destino ineluttabile. Avevo visto, preso in braccio, cullato bambini soli, abbandonati negli orfanotrofi in attesa della fine. In Africa ogni minuto un bambino muore per cause legate all’Aids, le riprese sono durate dieci giorni…Tornai da quel viaggio con una tristezza infinita. Con quel sentimento nel cuore mi recai, trascinata da un’amica, alla mostra di Cordua. Ricordo ancora la sensazione che provai nel vedere i suoi paesaggi dolcissimi,
dove il colore, nella sua essenzialità, animava le cose e le faceva vivere nel gioco delle sfumature e delle dissolvenze, tanto da fare sentire i sospiri, il vento, i profumi, le essenze dei fiori, della lavanda.Fui trasportata da un’atmosfera ricca di speranza, coinvolgente, quasi onirica di un tempo che sfugge, o forse da un richiamo al passato, al vissuto che continua a vivere dentro di noi. Cordua, con le sue tele, era riuscito a colmare il grande vuoto che si era creato dentro
di e,donandomi una grande sensazione di speranza. Nelle sue opere c’era e c’è la ricerca sofferta di un’emozione antica, di una nostalgia sottile che non rattrista,ma suscita un riempimento dell’anima per un sogno che si confonde con il reale e rivive nei suoi colori, assottigliando il confine tra ciò che è e ciò che vorremmo che fosse.

Margherita Enrico / Giornalista -Scrittrice

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