C’è un precedente a cui certo si è ispirato

C’è un precedente a cui certo si è ispirato (anche se forse non lo sa), Carlo Cordua, nel raccontare con una metafora di querce e colori l’Aids. Ma non l’Aids in sé e per sé. L’Aids nel suo rapporto con la vita nostra e dei nostri simili. Penso al Vangelo, quanto ad antecedente letterario (ed esistenziale). Le parabole in quelle pagine sono tutto un fiorire, un morire e un rinascere di gigli, vigne, grano, rovi, fichi. Sono parabole vegetali. Ma lì, dentro quel mondo di semina e mietitura, c’è il destino degli uomini. Il Nazareno conosceva i recessi del cuore umano, il suo guazzabuglio ancorato alle immagini della natura, e le risvegliava legandole alle vicende dei nati da donna di ogni generazione. Così Gesù Cristo ha parlato, parla e parlerà ai popoli e agli individui di tutti i tempi fino alla fine dei giorni. Cordua si pone in questa scia evangelica, le parole diventano immagini, gli uomini querce cariche di foglie, piene di movimento e di solidità, aggrovigliate perché l’uomo è spesso oscuro nei suoi sentimenti e desideri. I grandi pittori fanno questo. Generano stupore. È lo stupore della bellezza, che non spinge alla fuga dalla realtà, ma ce la fa vicina. L’arte non fa chiudere gli occhi, ma li allarga, e allarga i confini della ragione. Il percorso di Cordua si snoda dall’innocenza dell’infanzia alla forza del desiderio, alla meraviglia dell’incanto. Questa è la primavera della vita e dell’amore. Poi arriva l’estate della seduzione, la maturità dell’abbraccio, il segreto caldo e rosso dell’intimità. Lì c’era passione, forse sincera, ma senza fedeltà, senza sincerità. Un attimo e poi si passa ad altro. La vacuità di una cosa finita subito, e si fa del male senza saperlo, ma con un sentimento senza durata, senza qualità. E si appassisce nell’autunno del sospetto. La delusione dell’abbandono. Non si bada a ciò che ci accade di dentro, ci sono dei segni ma non li ascoltiamo. Corpo ed anima parlano lo stesso linguaggio. La quercia di Cordua è il cuore secco e il sangue malato, spirito e materia invasi dall’Hiv. Ma lo si nega, si finge di non capire; e del resto, tutto intorno invita all’inconsapevolezza e alla cecità. È ancora autunno e le foglie però non cadono, c’è un’apparenza di vigore, e invece di seminare amore si sprigiona l’indifferenza mascherata di sesso. La ferita si moltiplica, la fertilità della malattia è figlia di un egoismo senza affetto per chi è piccolo e cerca nell’amplesso il seme della vita e invece è veleno. L’inverno della scoperta, l’infezione appare irreparabile nel gelo della solitudine. Il deserto. La steppa. Il sole che non riscalda e però prosciuga. Si rompe la struttura dell’essere, si frantuma, si declina, si cade, come svuotati da dentro. Cenere nella cenere. Dopo l’inverno, però, la primavera. Non siamo soli. Si è pronti per testimoniare l’assurdità del male, e insieme ricominciare, la linfa scorre di nuovo. L’ultima parola sull’Aids non èl’Aids. E qui comincia il nostro lavoro di uomini e donne. Di persone, che siamo tanti io, e perciò un tu da rispettare. Un io, un tu che diventa un noi. Si può vivere, nella bellezza e nel dolore, nella fragilità ma,accogliendo il dono di un amore vero, vivere.

Renato Farina – Saggista

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *