“Amare la natura significa amare se stessi” | Intervista

Carlo Cordua è uno dei 13 artisti che hanno illustrato I promessi sposi di Alessandro Manzoni con delle opere originali in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. La mostra sarà aperta fino al venti marzo presso la Galleria 20 Art Space a Roma.


Cordua, com’è arrivato un artista contemporaneo a illustrare un testo classico?

L’evento è stato ideato dal gallerista Pino Purificato che ci ha contattato per illustrare il romanzo manzoniano. A noi artisti l’idea è piaciuta da subito. Pino già da tempo ha coinvolto nell’iniziativa artisti storici del calibro di Franz Borghese, Domenico Purificato e Marino Haupt;  successivamente ha interpellato anche noi. Ogni artista si è dedicato ad un capitolo cercando di interpretare il testo a modo suo. Nello stesso tempo abbiamo rispettato i tratti personali e incisivi dei personaggi, le atmosfere fiabesche passando dal lirismo al crudo realismo con un tocco d’ironia. Personalmente ho voluto raccontare il capitolo “Quel ramo del lago di Como”.

Lei è stato nominato artista dell’anno al Premio delle Arti – Premio della Cultura Edizione XXIII-2010, per la sua mostra “Qualcosa in più della speranza”. Ci sembra che in quell’occasione lei abbia scelto un linguaggio non realistico, anzifantareale, per trasmettere un messaggio contro l’AIDS. Perché?

Un giorno passeggiando per il centro storico di Roma, la mia amica giornalista Margherita Enrico mi chiese: “Te la sentiresti di fare delle opere su questo tema?” Le risposi subito di sì. Poi mi posi il problema di come raccontare un tema così complicato. Dopo giorni, in una notte insonne, pensai all’albero utilizzandolo come metafora della vita. Decisi di preparare un ciclo di 16 grandi opere come una sequenza filmica, descrivendo passo passo i vari stadi della malattia. S’incontrano, si piacciono, c’è l’intimità, arrivando alla solitudine e alla sofferenza concludendo il ciclo con la speranza. Non ho voluto terminare la storia tristemente. Ho finito il racconto con l’acqua come simbolo di vita. Pensando al titolo, “Qualcosa in più della speranza”, ho voluto lanciare un messaggio ai giovani.

In ogni albero esiste una persona e in ogni persona un albero?

Certamente. E’ come se fosse un sogno. Usando dei colori che non esistono nella realtà, ho cercato delle immagini che rimangono impresse. Il risultato si è visto: con un segnale d’allarme trasmesso in modo surreale e con un tono dolce, dai colori caldi, allo stesso tempo con un forte impatto visivo, il messaggio è stato molto più penetrante. Nella preparazione delle opere, la mia sofferenza cresceva di quadro in quadro, c’era molta partecipazione da parte mia, e l’obbiettivo era quello di indurre lo spettatore ad una riflessione. Amare la natura significa amare se stessi.

 

L’albero nella sua metamorfosi, un leit motiv delle sue opere. Cosa rappresenta questo simbolo?

Ho usato l’albero come metafora, è la vita, movimento, trasformazione, ogni albero ha la sua storia. Gli alberi  hanno vissuto secoli e sono stati testimoni di cose che noi non immaginiamo nemmeno. Inizio a dipingere l’albero e poi scopro che all’improvviso prende un’altra forma, ogni volta diversa. Per esempio, mi accorgo che prende la forma di una persona. Non è una cosa voluta, è un fatto istintivo.

Nelle sue opere prevale l’uso del pastello. Perché si è soffermato sui pastelli?

 

Prima dipingevo ad olio. Anni fa mi fu regalata una scatola di 12 pastelli, approcciai con tanta curiosità alla nuova tecnica, mi riportava indietro nel tempo. Così è nato questo primo amore che ancora oggi porto dentro di me. Molti pensano al pastello come la classica matita,  ai pastelli a cera o ad olio. Io utilizzo gessetti, un pigmento solidificato dalla aggiunta di collante; in poche parole polvere. È una tavolozza molto ricca: solo a vederla sembra un quadro. Con la tecnica ad olio, con pochi colori puoi ottenere diverse tonalità, il pastello ciò non te lo consente. Di solito li adopero sulle tele. Mi sento a mio agio con i pastelli perche è un contatto diretto tra me, la mia gestualità di quel momento e la tela.

Qual è il suo rapporto con la natura e come avviene la scelta dei paesaggi?

È un po’ tormentata la scelta. Tempo fa cercavo di ritrarre la natura più fedelmente possibile, andavo spesso a dipingere dal vero. Adesso m’interessa soltanto di interpretarlo in un modo diverso visto con l’anima e nella sua essenza. Lo trasformo a seconda del mio stato d’animo. Preferisco questo tema perché nel paesaggio non c’è la staticità, c’è  movimento, atmosfera, memoria e tempo.  Amo raccontarlo visto con il mio terzo occhio.

 

Nel 1986 nel quotidiano “La Nazione” Tommaso Paloscia scriveva della sua opera che “i confini tra la realtà e invenzione sono sempre incerti”. Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione nei suoi quadri?

Non mi pongo il problema della realtà o della finzione. Le due cose si possono spesso unire, dipende da chi lo racconta e da chi vede l’opera. Ognuno ha la sua realtà e ognuno vede la sua finzione in un modo diverso. Quando mi metto davanti ad una tela non conosco mai il risultato finale. E’ come innamorarsi per la prima volta. Non sai mai cosa può succedere.

Sono dei luoghi meravigliosi che, mentre li guardi, vorresti essere lì. Cosa spinge uno spettatore a voler evadere in un mondo fantareale?

È il desiderio che abbiamo tutti noi di trovarsi in un luogo fantastico, irreale, cercando la nostra pace interiore. Sono immagini che esistono nella mia mente, oppure li sogno e cerco di raccontarli. Trasformo le cose in una dimensione metafisica. Spesso mi succede di entrare nel quadro, come se fossi lì a curarlo, dunque, a volte, modificandolo. Quando ne esci ti rendi conto che la realtà è ben diversa.

 

Lo stesso quadro dipinto con diverse tonalità di colori non racconterebbe mai la stessa storia. Che tipo di storie raccontano i colori che usa lei?

Il rosso lo uso come simbolo della passione, nella ricerca dell’amore per il prossimo o per una donna. Il giallo, che è il secondo colore che mi rappresenta, è la follia, quel momento di ricerca di una cosa irraggiungibile. Come se fosse un urlo di un qualcosa. Il blu è un calmante per i primi due. Il nero, per esempio, lo uso solo per firmare i quadri. Il grigio lo uso quando necessita perché è un colore che dorme e dormirà per sempre. Nella mia tavolozza ho circa mille colori, mi piace anche collezionarli. Cerco di raccontarmi tramite i colori, pur sapendo che c’è anche chi non mi sa leggere o chi non ne ha il tempo. Insomma è uno stimolo continuo senza soste.

 

La scelta del titolo avviene prima o dopo la realizzazione di un dipinto? Lo cerca nell’essenza del quadro o prova ad interpretarlo?

La scelta del titolo avviene dopo o durante, dipende da cosa voglio comunicare. Cerco di dare un titolo un po’ metafisico, fantareale. Per esempio, quando ho dipinto l’albero rosso che a lei  è piaciuto, ho immaginato una donna vestita di rosso. Oppure  alcuni alberi come se stessero a braccia aperte ad aspettare qualcuno. Il titolo è importante perché da un identità all’opera. Talvolta alcuni miei dipinti sono “senza titolo”, questa è una provocazione: indurre lo spettatore a titolare la sua emozione. Il quadro è diverso da un libro, dove il titolo e la copertina sono importanti per attirare l’attenzione. Un opera d’arte o ti cattura o non t’interessa.

 

Quale cambiamento subisce una storia nel suo percorso dalla mente dell’artista alla tela e poi allo spettatore?

La prima fase è quella che tu senti in quel momento, è affascinante quando lo spettatore condivide il tuo stesso stato d’animo. Si ha la conferma che il messaggio è arrivato, questo mi da un motivo in più per continuare in nuove esperienze.

 

Altri progetti fantareali a breve?

A febbraio ci sarà una mia mostra antologica a Roma “Camera con vista”, già presentata a Napoli. Le opere esposte rappresentano un paesaggio surreale, quello che ognuno di noi desidererebbe vedere quando apre la propria finestra.

Raisa Ambros | omero.it